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Di Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org

Jean Claude Martini, Delegato Ufficiale dell’Associazione di Amicizia e Solidarietà Italia – Repubblica Popolare Democratica di Corea (Corea del Nord), approfondisce la reale situazione che si vive a quelle latitudini.

Una zona spesso alla “ribalta mainstream” solo per le “questioni” geopolitiche, la quasi totalità delle volte proposte agli occhi del pubblico in una modalità mista fra scherno e paura collettiva.

Un Paese facente parte però di una terra con una storia e una civiltà millenarie, incastonato in una penisola divisa in due dal post – seconda guerra mondiale (con i confini “fissati” dalla guerra 1950 – ’53): nord comunista e sud capitalista.

1) Ci parli dell’Associazione e di cosa questa rappresenta, in primis per la promozione del dialogo e della comprensione reciproca?

“L’Associazione di amicizia e solidarietà Italia-Repubblica Popolare Democratica di Corea nasce nel 2003 come sezione italiana della Korean Friendship Association, fondata nel 2000 (stesso anno in cui l’Italia, prima nel G7, aprì relazioni diplomatiche con Pyongyang) da Alejandro Cao de Benós e Dermot Hudson e avente attualmente sede a Tarragona, in Spagna. È un’associazione riconosciuta ufficialmente dal governo della RPDC e il suo scopo è quello di promuovere la comprensione della realtà coreana attraverso iniziative come conferenze, mostre, eventi e altre forme più politiche come i presidi, i comunicati ecc. Ad oggi la nostra è l’unica fonte di notizie dirette dalla Corea popolare, regolarmente e sistematicamente tradotte in lingua italiana, senza taglia-incolla o interpretazioni di sorta. Disponiamo di canali su Facebook e YouTube, ma anche su Vkontakte, e di un canale e una pagina affiliati rispettivamente su Telegram (Pyongyang Internazionale) e Dzen (La Corea parla italiano)”.

2) Che cos’è il Juche? È corretto dire che esso è l’asse portante dello sviluppo coreano?

“Sostanzialmente sì. Le idee del Juche nascono durante la lotta rivoluzionaria antigiapponese condotta sotto la guida del Presidente Kim Il Sung (1912-1994), fondatore della Corea popolare. L’occasione nella quale videro i natali fu durante la conferenza dei guerriglieri svoltasi a Kalun, una piccolissima località in Manciuria, tra il 30 giugno e il 2 luglio 1930. Nacquero inizialmente come applicazione del marxismo-leninismo alla realtà concreta della rivoluzione coreana, sulla base del principio di conoscere la Corea e condurre la rivoluzione partendo dalle condizioni specifiche di quest’ultima, e non da formule e teorie prestabilite. Fu solo nel 1955, però, che si sintetizzarono in un corpus dottrinale solido e definito: Kim Il Sung ne parlò per la prima volta, perlomeno a quanto è dato sapere in Occidente, nel suo discorso “Sull’eliminazione del dogmatismo e del formalismo e l’instaurazione del Juche nel lavoro ideologico”. Verso la metà degli anni ’70 il suo futuro successore, nonché figlio Kim Jong Il (1942-2011), si propose di sintetizzare maggiormente le idee rivoluzionarie di Kim Il Sung in una dottrina generale e onnicomprensiva cui diede il nome di “Kimilsungismo”. Essa, nella sua intenzione, doveva iniziare a configurarsi come una dottrina autonoma e un superamento dei limiti ideologici, storici e teorici del marxismo-leninismo e del materialismo dialettico e storico; con questo però senza negarne basi, concezione e metodo ma anzi esaltandone i meriti e difendendoli dalle correnti revisioniste e dogmatiche che divisero il movimento comunista negli anni ’60. Il Partito del Lavoro di Corea fu infatti il primo a rifiutare le tesi di Krusciov come la competizione pacifica, il “ravvedimento dell’imperialismo” e la destalinizzazione, salvaguardando i principi rivoluzionari anche nei turbolenti anni ’80 e ’90. A tal proposito, Kim Jong Il pubblicò molte opere, tra cui “Gli insegnamenti storici dell’edificazione del socialismo e la linea generale del nostro Partito”, “Le calunnie contro il socialismo sono inaccettabili” e “Il socialismo è una scienza”, tutte disponibili in italiano su internet e raccolte dalle Edizioni in Lingue Estere di Pyongyang in una raccolta dal titolo “Per il trionfo della causa socialista” (1999). Possiamo dire che l’opera teorica di Kim Jong Il è stata portata a compimento poco dopo la sua morte, nel 2012, dall’attuale Segretario Generale del Partito, Kim Jong Un, allorché dichiarò, nel suo discorso Portiamo vittoriosamente a compimento la causa rivoluzionaria del Juche, onorando il compagno Kim Jong Il quale Segretario Generale eterno del nostro Partito, il “Kimilsungismo-Kimjongilismo” quale unica teoria dirigente del Partito del Lavoro di Corea”.

3) Quali sono le politiche più significative promosse dall’attuale classe dirigente, sotto la guida del Presidente Kim Jong Un, per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone?

“Da quando ha assunto il comando supremo degli affari di Stato alla fine del 2011, il Presidente Kim Jong Un ha avanzato una serie di linee e strategie che oggi vanno sotto il nome di “Politica del Primato del Popolo”. L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, svoltosi nel gennaio 2021, ultimo ad oggi (quest’anno si terrà il IX, come da Statuto), avanzò le tre parole d’ordine: “deificazione del popolo”, “unità unanime” e “fiducia in sé”. Già nel 2012, tuttavia, sono iniziate a spuntare in tutta la RPDC, a partire da Pyongyang, la capitale, numerosi quartieri residenziali per docenti, scienziati, operai e lavoratori meritevoli; ogni anno si sono costruite infrastrutture sia educative, come il Museo della Vittoriosa Guerra di Liberazione della Patria, che ricreative e culturali, come lo Zoo Centrale di Pyongyang. Questa tendenza ha conosciuto una significativa accelerazione l’anno scorso, allorché il 15 gennaio, alla X sessione della XIV Assemblea Popolare Suprema, è stata proposta la Politica di Sviluppo Regionale 20×10, elaborata poi una settimana dopo alla XIX sessione allargata dell’Ufficio Politico dell’VIII Comitato Centrale del Partito. Essa è così chiamata perché mira a sviluppare le economie regionali mediante la costruzione di fabbriche dell’industria locale, complessi ricreativi e stazioni di gestione del grano in 20 città e prefetture ogni anno da qui ai prossimi 10 anni. Già completati i piani e i compiti per il primo anno, sono iniziati i progetti per il secondo, nell’ottica di metter mano a quella che storicamente è sempre stata una contraddizione cui ogni sistema socialista ha dovuto metter mano, e cioè quella tra città e campagna e tra centro e periferia. Con un audace spirito anche autocritico, che ha prodotto analisi di errori risalenti addirittura agli anni ’70 e ’80 (con buona pace di chi asserisce esistenze di “intoccabili”, “incriticabili” e “culti divini dei leader”), Kim Jong Un ha diretto l’opera volta ad affrontare questi errori, queste carenze e queste contraddizioni apertamente e direttamente. La pratica ha dimostrato che si tratta di un metodo ben più efficace del fingere che tutto vada bene per poi vedersi “esplodere i problemi tra le mani”, come è purtroppo successo in tanti Paesi, anche non socialisti e pure in tempi recentissimi”.

4) Quali sono le linee guida della politica estera di Pyongyang?

“La politica estera della RPDC si basa sui principi dell’indipendenza, del rispetto reciproco, della non ingerenza e del reciproco vantaggio. Pyongyang è disposta ad allacciare e sviluppare rapporti diplomatici con tutti i Paesi disponibili a farlo, nel rispetto delle reciproche differenze e dei reciproci sistemi sociali. Promuove altresì una linea comune antimperialista e di unità tra i Paesi indipendenti e sovrani come tra quelli socialisti: già il 5 ottobre 1966, nel suo discorso “La situazione attuale e i compiti del nostro Partito”, il Presidente Kim Il Sung indicò tre punti fondamentali su cui costruire l’unità del movimento comunista allora esistente: l’opposizione all’imperialismo, il sostegno ai movimenti di liberazione nazionale e la non ingerenza negli affari interni. Questa è la linea tutt’oggi seguita dal Partito del Lavoro di Corea e dal governo della RPDC. Essa infatti è l’unico Paese socialista a sostenere apertamente e ufficialmente l’operazione militare speciale russa in Ucraina, anche con mezzi militari, ma non con uomini contrariamente a quanto è stato più volte riportato sulla stampa occidentale, e tra i sostenitori più coerenti e intransigenti della causa palestinese (la RPDC, a differenza di altri Paesi socialisti, non ha mai riconosciuto lo “Stato di Israele” e a Pyongyang opera un’ambasciata palestinese). Essa inoltre sostiene la Repubblica Popolare Cinese nella sua difesa e rivendicazione dei diritti d’integrità territoriale per quanto concerne Tibet, Xinjiang, Hong Kong e Taiwan; due divisioni dell’Esercito Popolare di Corea, seguendo la tradizione dei valorosi piloti che presero parte alla guerra dello Yom Kippur nel 1973 al fianco degli egiziani, hanno combattuto dieci anni fa in Siria dalla parte del legittimo governo di Damasco. A gennaio 2024 ho parlato anche del ruolo di primo piano che hanno avuto i tecnici coreani nello sviluppo di vari Paesi africani e nella loro lotta di liberazione dal giogo coloniale”.

5) Cosa può insegnare l’esperienza coreana al mondo?

“A differenza delle elaborazioni degli altri partiti al potere nei Paesi socialisti oggi rimasti, e senza nulla togliere alla loro validità nei rispettivi contesti, il kimilsungismo-kimjongilismo ha un respiro universale dal momento che, come scrisse Kim Jong Un nel 2012, chiunque aspiri all’indipendenza può farla propria. Essa infatti si impernia, nella sfera della rivoluzione e dell’edificazione della nuova società, sull’indipendenza in politica, sull’autosufficienza in economia e sull’autonomia nella difesa nazionale. I comunisti coreani hanno analizzato approfonditamente e appreso le lezioni tanto dell’Unione Sovietica e degli altri Paesi socialisti, quanto di quelli finiti vittime dell’aggressione imperialista più recentemente (Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria): la sintesi tratta è che, pur non negando ovviamente l’importanza della cooperazione e degli scambi, senza avere una politica indipendente, un’economia autosufficiente e una difesa nazionale autonoma è impossibile difendere la sovranità e l’integrità territoriale del proprio Paese, la vita e la sicurezza del proprio popolo. Non bisogna affidarsi alle superpotenze, imitare ciecamente altri o farsi limitare da tesi, formule e teorie prestabilite, ma far leva sulla forza creatrice delle masse popolari, dell’uomo come essere sociale potenzialmente dotato di indipendenza, creatività e coscienza, attributi cui può dare seguito pratico soltanto in un contesto collettivo. Questo è il primo e fondamentale insegnamento che hanno tratto dalla loro pluridecennale esperienza rivoluzionaria e che, alla luce dei recenti avvenimenti in Medio Oriente, trova conferma ancor più concreta quanto più amara per non averla, gli altri Stati e popoli, assimilata prima”.