
Di Leonardo Bellucci e Giovanni Amicarella
Stanno avendo ampia diffusione mediatica le minacce del Presidente statunitense Donald Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti. Analizzando la questione, si capisce come in realtà non sia affatto solamente un capriccio di un presidente esoso ed egocentrico. La proposta da parte degli Stati Uniti di acquistare o di annettere la Groenlandia è in realtà qualcosa che va avanti dal 1868 e si tratta di un’esigenza che risponde a precisi interessi strategici, economici e politici. Per capire più in profondità una faccenda così ricca di sfumature va in primo luogo tenuta in mente la geografia della zona.
La Groenlandia è infatti un territorio che si trova nel cuore dell’Artide.
Una regione geografica in cui le distanze tra grandi potenze si riducono, in particolare tra Russia e Stati Uniti.
Analizzando meglio la situazione relativa alla Groenlandia, si capisce come, essendo questo un territorio assai vicino all’America settentrionale, se gli Stati Uniti dovessero perdere il controllo su quell’area potrebbe significare per Washington avere il nemico alle porte. Non è infatti un caso che in Groenlandia è insediata un’importante base militare con tanto di stazione radar per prevenire eventuali attacchi missilistici. Si può quindi affermare che il controllo della Groenlandia, seppur non in modo formale, ma da un punto di vista strettamente militare è già nelle mani degli imperialisti d’oltreoceano.
Tuttavia malgrado ciò la questione se effettuare o meno un effettivo controllo o di una eventuale spartizione della regione Artica è rimasta a lungo di scarso interesse pratico, a causa all’inaccessibilità della regione. Ma diversi fattori hanno riacceso l’interesse sul controllo dell’Artico e persino di una sua spartizione territoriale a livello giuridico, poiché ad oggi non è ancora ben definita per i motivi sopracitati.
Uno di questi fattori è quella serie di sviluppi climatici sia antropici (per le attività nella regione) sia naturalmente ciclici, che stanno causando uno scioglimento della calotta polare, e quindi rendendola accessibile. Secondo alcuni scienziati, l’oceano artico potrebbe presto essere soggetto ad estati quasi senza ghiaccio, e ciò renderebbe il circolo polare artico un’area di enorme importanza strategica poiché faciliterebbe moltissimo il raggiungimento e, di conseguenza anche il controllo dell’Eurasia. In particolare renderebbe possibile il cosiddetto “passaggio a nord-ovest”, una rotta navale che collega gli oceani Atlantico e Pacifico, che rappresenterebbe un’alternativa rispetto al Canale di Panama ma che ad oggi è molto poco praticata in quanto troppo pericolosa.
A complicare la faccenda è il progresso tecnologico, grazie al quale è stata possibile la scoperta di enormi quantità di materie prime di qualsiasi genere nel sottosuolo della Groenlandia e nel sottosuolo marino dell’intero oceano artico. Questo potrebbe portare ad una enorme crescita e stabilità economica di chi controllerà l’Artico, senza contare gli ulteriori vantaggi economici legati al turismo e alla pesca. Questi fattori hanno causato dall’inizio degli anni 2000 ad oggi una situazione che è per certi aspetti assimilabile al colonialismo europeo avvenuto nel XIX secolo.
Fatta questa doverosa premessa, adesso è bene chiederci come mai l’omino arancione che risiede alla Casa Bianca stia facendo di tutto per annetterla al territorio sovrano degli Stati Uniti.
Ebbene, come già detto gli USA de facto controllano già militarmente la Groenlandia, e lo fanno almeno dalla seconda guerra mondiale, ovvero da quando gli statunitensi hanno invaso la Groenlandia poiché la Danimarca era stata occupata dalla Germania nazista. Tuttavia, nel 1949 venne stipulato un accordo tra Danimarca e Stati Uniti che lasciava alla Danimarca la sovranità seppure solo a livello formale a Copenaghen.
Oggi, però l’impero americano è giunto al tramonto, e gli Stati Uniti, dietro le sfuriate isolazioniste di Trump, nascondono l’incapacità americana di continuare a lungo la loro influenza, ecco il motivo per cui stanno delegando le loro funzioni di potenza egemone agli Stati che prima erano completamente dipendenti da Washington per la loro sicurezza, come può testimoniare anche il caso del riarmo del Giappone.
Questo fa si che se Trump voglia fare in modo di mantenere la sicurezza nel quadrante nordamericano ed in qualche modo far continuare l’America ad essere importante anche dopo la fine del loro nefasto impero, è quindi per questo che gli statunitensi ritengono essenziale continuare ad esercitare il controllo sulla Groenlandia, e l’annessione rappresenta il modo più sicuro per assicurarselo.
A far le spese di tale situazione è però il popolo Inuit, unico popolo che in quanto indigeno della zona ha diritto ad avanzare le loro rivendicazioni sulla Groenlandia. Già in passato gli Stati Uniti hanno mostrato un comportamento nei confronti della Groenlandia simile a quello coloniale, come dimostra quanto avvenuto attorno al giacimento di Granfeld all’inizio del 2020. Giacimento di terre rare che fu terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina, su cui le autorità locali facevano affidamento per raggiungere la loro meritata indipendenza.
Il governo groenlandese, “colpevole” di aver permesso alla Cina di investirvi, fece scatenare la furia di Washington. Sono infatti arrivate minacce di morte ai ministri che si occupavano di coordinare i lavori della miniera, cadde il governo e nel 2021 gli è succeduto un partito ambientalista che ha fatto cessare l’attività cinese nella zona. Un vero e proprio caso di interferenza americana negli affari interni di un altro Paese. Con la differenza che siccome gli autori non sono stati né Russi né Cinesi non ha riscosso alcuna risonanza mediatica.
Anche la Danimarca nel corso degli anni ha messo in atto una serie di azioni fortemente a sfavore della comunità Inuit. Copenaghen ha infatti attuato per vari decenni una politica di controllo delle nascite a carico di questo popolo, anche con trattamenti disumani e degradanti, si pensi all’impianto di spirali contraccettive all’interno del corpo di bambine inuit senza alcun consenso. Nell’ottobre 2023, emersero le prove che la Danimarca aveva impiantato spirali contraccettive all’interno di 4500 donne. A fronte di una situazione così delicata e con risvolti tragici per il popolo Inuit, è legittimo chiedersi se in futuro la Groenlandia possa diventare la Palestina dell’Artico.
Come socialisti italici, non possiamo che delineare una profonda linea di demarcazione fra chi limita la questione all’antiamericanismo, valore che comunque facciamo nostro in toto. La solidarietà che esprimiamo, sulla base del nostro principio di autodeterminazione popolare, va alla popolazione autoctona della Groenlandia, che si vede attualmente contendere la propria casa da due presenze coloniali, una danese profondamente radicata e una statunitense più subdola. Per non lasciare il comunicato come una sterile rassegna di eventi, le tanto care a qualcuno “liste della spesa” in ambito geopolitico, porteremo la questione all’interno di eventi e manifestazioni inerenti alla geopolitica affinché se ne parli con la dovuta rilevanza.
Foto: La bandiera della Groenlandia. Emil Helms/Ritzau Scanpix via REUTERS